di Sara Cherchi
Yakimono
(焼きもの
)
significa "oggetto bruciato" (dal verbo yaku, 焼
く
=
cuocere, bruciare e mono, もの
=
cosa, oggetto) ed è un termine che abbraccia l’intera cultura
ceramica del Giappone. La fabbricazione di oggetti in ceramica è una
delle più antiche forme artistiche del paese che ha avuto inizio in
tempi antichissimi, a partire dal periodo neolitico, con i primi
oggetti in terracotta morbida, nel periodo Jōmon (10000-300 a.C.) la
cui cultura è resa famosa proprio dalla produzione di una ceramica
elaborata e caratteristica. Con il termine Jōmon
si va appunto a indicare il tipo di lavora zione della ceramica che
venne sperimentato in quel periodo storico, ovvero la "decorazione
a corda" che veniva eseguita pressando a mano nella terracotta
fresca delle corde di fili d’erba intrecciati; durante il medio Jōmon
lo stile si fece più elaborato adottando una tipica forma a fiamma
nella parte superiore del vasellame; le ceramiche venivano cotte in
forni all’aperto. Il successivo periodo Yayoi
(300 a.C.-250 d.C.) vide semplificarsi le forme dei vasi assieme allo
sviluppo delle tecniche di lavorazione della ceramica; le ceramiche
presentavano infatti motivi molto semplici e spesso erano lisce, non
decorate; venivano tuttavia lavorate al tornio che permettava la
creazione di superfici
più regolari e uniformi. Nel III-IV secolo d.C. (periodo Kofun,
delle cosiddette tombe a tumulo a "forma di buco di serratura")
apparve un nuovo tipo di forno a tunnel coperto, detto anagama
e caratterizzato da una camera di cottura con un focolare a
un’estremità e una canna fumaria all’altra e posizionato presso i
pendii. Questa tipologia di forno molto probabilmente fu introdotta
in Giappone da ceramisti immigrati dalla Corea del sud. Grazie a questa
innovazione i ceramisti dell’epoca furono in grado di produrre il grès,
che necessita di alte temperature
di cottura (oltre 1000°), talvolta impreziosito da accidentali
scolature di smalto (creato utilizzando ceneri di derivazione vegetale).
Tipiche di questo periodo, le statuette
in terracotta a uso funerario dette haniwa
poste a guardia del Kofun, la ceramica haji,
diretta discendente della ceramica Yayoi, caratterizzata da un colore
bruno rossastro e dal corpo grezzo non smaltato, e la più raffinata
ceramica sue
di derivazione coreana (stato di Silla) caratterizzata da un
colore grigio e da una superficie uniforme e levigata e utilizzata nei
rituali funebri. A partire dall’VIII secolo (epoca Heian, 794-1185) i
forni ufficiali cominciarono a produrre per i templi esclusivamente
ceramica a smalto verde (colore ottenuto grazie alla presenza di piombo
nelle ceneri) mentre dalla Cina della dinastia Tang venne importata in
Giappone la ceramica smaltata lavorata con la tecnica dei tre colori
(sankai).
Fino al XVII secolo la produzione di ceramica non smaltata rimase
comunque la più diffusa proprio per la sua capacità di resistenza,
adatta
alle richieste di una società basata principalmente
sull’agricoltura. La produzione era infatti caratterizzata da un lato
da vasellame d’uso quotidiano per la conservazione di cibi e utensili
per la
cucina come barattoli, giare, ecc. e dall’altro ceramiche per uso
rituale
e funerario nelle cerimonie buddhiste e shinto come vasi per
l’aspersione, per le offerte, ceramiche per il corredo del defunto. Fu
in quest’epoca che si vennero a formare i sei forni principali che
divennero i più famosi
e apprezzati di tutta la tradizione ceramica giapponese, le
cosiddette "sei antiche fornaci" tuttora attive: Shigaraki,
Tanba, Bizen, Tokoname, Echizen e Seto.
Shigaraki: fornace attiva fin
dall’VIII secolo quando una prima tipologia di questa ceramica
venne utilizzata per le tegole del tetto del palazzo dell’imperatore
Shomu; si sviluppò enormemente attorno al XII secolo nella
prefettura di Shiga, diffondendosi poi da Tokoname ad Atsumi. Questa
ceramica, priva di smalto, è caratterizzata da forme rustiche e
irregolari e da una particolare colorazione creata dai depositi di
cenere sulla superficie; cuoce a
temperature molto elevate.
Tanba:
la parola "tanba" è la traduzione fonetica di due
caratteri giapponesi: tan
(丹,
“rosso”) e ba
(波,
“onde”), a indicare l’effetto dato dai campi circostanti la zona
di produzione di questa ceramica, dove, in periodo di raccolta, il
terreno si trasformava in un insieme di onde rosse a causa del colore
dei chicchi della varietà di riso rosso che vi veniva coltivato.
Questa ceramica è databile alla fine del periodo Heian, nella
prefettura di Hyogo (vicino Kyoto). Si sviluppò durante il medioevo
Giapponese, a partire quindi dal periodo Kamakura (1185-1333) fino ai
giorni nostri. E’ utilizzata principalmente per la fabbricazione di
giare per la conservazione di alimenti, vasi e bottiglie per il sake.
Oggi la ceramica tanba è rivestita da smalti naturali applicati al
biscotto (corpo del vaso già cotto una prima volta). Il nome tanba è
spesso traslitterato in modo errato con il termine "tamba".
Bizen:
ceramica della prefettura di Okayama utilizzata sin dal XII secolo (fine
epoca
Heian) quando era già in produzione. Alla fine del periodo Muromachi
(1336-1573) per le sue qualità di semplicità e rustica bellezza,
incarnate nell’ideale artistico del wabi-sabi
particolarmente seguito da maestri e seguaci del chanoyu (vedi nota 1), questa
ceramica venne utilizzata per
la fabbricazione di tazze e svariati altri articoli per la cerimonia del tè. Questa produzione è molto apprezzata anche per la sua
tipica colorazione di un caldo marrone rossastro spesso accompagnata
da caratteristici marchi rossi e neri creati dalla fiamma del fuoco
durante la cottura (a oltre 1100°) che rendono ogni oggetto un pezzo
unico.
Tokoname:
ceramica cotta ad alte temperature che utilizza smalti prodotti da
ceneri vegetali (ricche di minerali come silice, allumina e calcio
che danno una colorazione differente a seconda della tipologia di
legno bruciato). Viene tuttora prodotta nella prefettura di Aichi.
Originatasi in
epoca Heian, da questa ceramica venivano prodotte le cosiddette
kyozuka,
delle urne nelle quali venivano inseriti dei sutra buddhisti, poi
sepolte allo scopo di ottenere il favore del Buddha. In epoca
Muromachi (1333-1568)
venne
utilizzata per la fabbricazione di utensili per il tè e di vasi per
l’ikebana
(l’arte della disposizione dei fiori). La ceramica è resa
particolare dalla sua colorazione rossa, data dalla composizione
ferrosa dell’argilla e, mentre alcuni pezzi sviluppano al massimo
questa caratteristica, altri prendono il colore dato dalle ceneri
dello smalto.
Echizen:
ceramica non smaltata prodotta sin dalla fine del periodo Heian nella
prefettura di Fukui dove sono stati scoperti più di 200 antichi
forni; la produzione era costituita principalmente da oggetti di uso
quotidiano come pentole, vasi, mortai, boccette e barattoli per la
conservazione della tintura nera con cui i nobili dell’’antica corte
Heian erano soliti annerirsi i denti, secondo gli usi dell’epoca (questa
pratica in giapponese è chiamata ohaguro,
lett. "denti neri").
Seto:
unico forno del periodo Heian ad utilizzare la tecnica di
invetriatura a cenere (che fonde a temperature superiori a 1250°C).
Secondo la leggenda, il ceramista Katō Shirozaemon Kagemasa (anche
conosciuto come Tōshirō) studiò diversi anni in Cina; tornato in
patria nel 1223 fondò a Seto, nella prefettura di Aichi, l’omonimo
forno. Inizialmente la produzione fu essenzialmente un’imitazione
della ceramica cinese allo scopo di sopperire la mancanza di ceramiche
di importazione diretta dalla Cina. Col tempo di questa tipologia
ceramica si sono venuti a creare sette diversi stili a seconda dell’
invetriatura, ognuno con una determinata estetica: Kiseto;
Koseto; Shino; Oribe; Kaiyu; Tetsuyu e
Ofuke. Questo forno produsse anche ceramiche prive di invetriatura.
Dalla
metà dell’XI secolo fino al XVI secolo il Giappone importò su larga
scala il celadon
cinese (tipo di ceramica caratterizzata dall’impiego di uno smalto
vetroso sui toni del verde o del grigio-blu), la porcellana bianca e
la cosiddetta porcellana "bianca e blu" (per la quale
veniva utilizzato cobalto puro importato dalla Persia) assieme anche
a ceramica coreana e alcune produzioni dalla Thailandia e dal
Vietnam. Queste ceramiche erano oggetti di "alta classe"
ovviamente intese per il consumo da parte delle classi sociali più
elevate. Nel tardo XVI secolo (periodo Azuchi-Momoyama, 1568-1603), con
il
fiorire della cerimonia del tè e dell’estetica zen che diffondeva
l’ideale (wabi-sabi)
del puro e semplice, del rustico in armonia con la natura,
prediligendo solo ciò che predisponesse lo spirito alla meditazione,
i principali maestri cambiarono lo stile pomposo delle ceramiche
cinesi preferendo le più sobrie tazze da tè coreane e manufatti ad
uso domestico, come quelli fabbricate mediante la tecnica raku,
la cui ceramica divenne strettamente collegata alla cerimonia del tè.
Tra i patrocinatori della ceramica raku, il famoso maestro del tè
Sen no Rikyū (1522-1591), che favorì la fornitura di utensili per
il tè anche da forni quali Mino e Iga. In seno alla politica
espansionistica portata avanti dal signore feudale Toyotomi Hideyoshi
(che assieme a Oda Nobunaga e Tokugawa Ieyasu condusse il Giappone all’unificazione),
varie spedizioni militari vennero inviate in Corea da dove
vennero trasportati in Giappone come ostaggi numerosi ceramisti e
maestri di famosi forni, tanto che la sua campagna venne denominata
con l’appellativo di "guerra della ceramica". Fu proprio a
partire dall’esperienza di questi vasai coreani che si svilupparono
le fornaci di: Satsuma, Hagi, Karatsu, Takatori, Agano e Arita.
Tra
queste, il forno di Arita,
nella prefettura di Saga, fu il primo forno giapponese a produrre la
porcellana. Quest’ultima venne scoperta dal vasaio coreano Yi Sam-pyeong
e fu inizialmente
chiamata Imari,
dal nome del porto attraverso il quale veniva spedita per le rotte
commerciali: infatti questa porcellana era utilizzata principalmente per
l’esportazione; gli stili più apprezzati all’estero divennero
Koimari
e Kakiemon.
  
Nel
XVII secolo (epoca Edo, 1603-1868) a Kyōto i forni principali cominciarono a produrre
ceramiche (kyōyaki)
invetriate utilizzando smalti al piombo (oggi fortunatamante abbandonati).Tra la fine XVIII e l’inizio
del XIX nacque a opera di Numanami Goazemon la ceramica banko (vedi
nota 2). Nel tardo XVIII secolo e fino all’inizio del XIX secolo, la materia prima per la porcellana fu scoperta
anche in altre zone del Giappone; ciò permise ai ceramisti di
spostare il proprio forno e ampliare gli scambi sul mercato interno.
Grandi mercanti e signori locali favorirono la nascita di nuove
fornaci, che presero il nome di "nuovi forni" e diffusero
la porcellana anche per l’uso da parte di gente comune.
Note: 1. (茶の湯,
”acqua calda per il tè”), la cerimonia giapponese del tè. 2. Per ulteriori informazioni sulla ceramica Banko vedi pagina: Esotico e bizzarro, il mondo fantastico delle ceramiche Banko
Siti
di riferimento:
-http://www.e-yakimono.net
-http://www.kougei.or.jp
-http://en.wikipedia.org/wiki/Japanese_pottery_and_porcelain
-http://www.touchingstone.com/Japanese_Pottery_Ceramics.htm
Per
approfondire:
-M.
Murase, Il Giappone, collana Storia Universale dell’Arte, Utet 1998
-A.
Seton, Collecting Japanese Antiques, Tuttle 2005
-R.
Wilson, Inside Japanese Ceramics, Weatherhill Inc. 1999
-P.
Simpson, L. Kitto, K. Sodeoka, The Japanese Pottery Handbook,
Kodansha America 1979
-J.
Edward, Kidder Jr. L’arte del Giappone, Mondadori 1985
-P.
E. Mason, History of Japanese Art, Prentice Hall 2004
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