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Data: 05/06/2010

La ceramica giapponese fino al XX secolo

di Sara Cherchi

Yakimono (焼きもの ) significa "oggetto bruciato" (dal verbo yaku, = cuocere, bruciare e mono, もの = cosa, oggetto) ed è un termine che abbraccia l’intera cultura ceramica del Giappone. La fabbricazione di oggetti in ceramica è una delle più antiche forme artistiche del paese che ha avuto inizio in tempi antichissimi, a partire dal periodo neolitico, con i primi oggetti in terracotta morbida, nel periodo Jōmon (10000-300 a.C.) la cui cultura è resa famosa proprio dalla produzione di una ceramica elaborata e caratteristica. Con il termine Jōmon si va appunto a indicare il tipo di lavorazione della ceramica che venne sperimentato in quel periodo storico, ovvero la "decorazione a corda" che veniva eseguita pressando a mano nella terracotta fresca delle corde di fili d’erba intrecciati; durante il medio Jōmon lo stile si fece più elaborato adottando una tipica forma a fiamma nella parte superiore del vasellame; le ceramiche venivano cotte in forni all’aperto. Il successivo periodo Yayoi (300 a.C.-250 d.C.) vide semplificarsi le forme dei vasi assieme allo sviluppo delle tecniche di lavorazione della ceramica; le ceramiche presentavano infatti motivi molto semplici e spesso erano lisce, non decorate; venivano tuttavia lavorate al tornio che permettava la creazione di superfici più regolari e uniformi. Nel III-IV secolo d.C. (periodo Kofun, delle cosiddette tombe a tumulo a "forma di buco di serratura") apparve un nuovo tipo di forno a tunnel coperto, detto anagama e caratterizzato da una camera di cottura con un focolare a un’estremità e una canna fumaria all’altra e posizionato presso i pendii. Questa tipologia di forno molto probabilmente fu introdotta in Giappone da ceramisti immigrati dalla Corea del sud. Grazie a questa innovazione i ceramisti dell’epoca furono in grado di produrre il grès, che necessita di alte temperature di cottura (oltre 1000°), talvolta impreziosito da accidentali scolature di smalto (creato utilizzando ceneri di derivazione vegetale). Tipiche di questo periodo, le statuette in terracotta a uso funerario dette haniwa poste a guardia del Kofun, la ceramica haji, diretta discendente della ceramica Yayoi, caratterizzata da un colore bruno rossastro e dal corpo grezzo non smaltato, e la più raffinata ceramica sue di derivazione coreana (stato di Silla) caratterizzata da un colore grigio e da una superficie uniforme e levigata e utilizzata nei rituali funebri. A partire dall’VIII secolo (epoca Heian, 794-1185) i forni ufficiali cominciarono a produrre per i templi esclusivamente ceramica a smalto verde (colore ottenuto grazie alla presenza di piombo nelle ceneri) mentre dalla Cina della dinastia Tang venne importata in Giappone la ceramica smaltata lavorata con la tecnica dei tre colori (sankai). Fino al XVII secolo la produzione di ceramica non smaltata rimase comunque la più diffusa proprio per la sua capacità di resistenza, adatta alle richieste di una società basata principalmente sull’agricoltura. La produzione era infatti caratterizzata da un lato da vasellame d’uso quotidiano per la conservazione di cibi e utensili per la cucina come barattoli, giare, ecc. e dall’altro ceramiche per uso rituale e funerario nelle cerimonie buddhiste e shinto come vasi per l’aspersione, per le offerte, ceramiche per il corredo del defunto. Fu in quest’epoca che si vennero a formare i sei forni principali che divennero i più famosi e apprezzati di tutta la tradizione ceramica giapponese, le cosiddette "sei antiche fornaci" tuttora attive: Shigaraki, Tanba, Bizen, Tokoname, Echizen e Seto.


Shigaraki: fornace attiva fin dall’VIII secolo quando una prima tipologia di questa ceramica venne utilizzata per le tegole del tetto del palazzo dell’imperatore Shomu; si sviluppò enormemente attorno al XII secolo nella prefettura di Shiga, diffondendosi poi da Tokoname ad Atsumi. Questa ceramica, priva di smalto, è caratterizzata da forme rustiche e irregolari e da una particolare colorazione creata dai depositi di cenere sulla superficie; cuoce a temperature molto elevate.


Tanba: la parola "tanba" è la traduzione fonetica di due caratteri giapponesi: tan (, “rosso”) e ba (, “onde”), a indicare l’effetto dato dai campi circostanti la zona di produzione di questa ceramica, dove, in periodo di raccolta, il terreno si trasformava in un insieme di onde rosse a causa del colore dei chicchi della varietà di riso rosso che vi veniva coltivato. Questa ceramica è databile alla fine del periodo Heian, nella prefettura di Hyogo (vicino Kyoto). Si sviluppò durante il medioevo Giapponese, a partire quindi dal periodo Kamakura (1185-1333) fino ai giorni nostri. E’ utilizzata principalmente per la fabbricazione di giare per la conservazione di alimenti, vasi e bottiglie per il sake. Oggi la ceramica tanba è rivestita da smalti naturali applicati al biscotto (corpo del vaso già cotto una prima volta). Il nome tanba è spesso traslitterato in modo errato con il termine "tamba".


Bizen: ceramica della prefettura di Okayama utilizzata sin dal XII secolo (fine epoca Heian) quando era già in produzione. Alla fine del periodo Muromachi (1336-1573) per le sue qualità di semplicità e rustica bellezza, incarnate nell’ideale artistico del wabi-sabi particolarmente seguito da maestri e seguaci del chanoyu (vedi nota 1), questa ceramica venne utilizzata per la fabbricazione di tazze e svariati altri articoli per la cerimonia del tè. Questa produzione è molto apprezzata anche per la sua tipica colorazione di un caldo marrone rossastro spesso accompagnata da caratteristici marchi rossi e neri creati dalla fiamma del fuoco durante la cottura (a oltre 1100°) che rendono ogni oggetto un pezzo unico.


Tokoname: ceramica cotta ad alte temperature che utilizza smalti prodotti da ceneri vegetali (ricche di minerali come silice, allumina e calcio che danno una colorazione differente a seconda della tipologia di legno bruciato). Viene tuttora prodotta nella prefettura di Aichi. Originatasi in epoca Heian, da questa ceramica venivano prodotte le cosiddette kyozuka, delle urne nelle quali venivano inseriti dei sutra buddhisti, poi sepolte allo scopo di ottenere il favore del Buddha. In epoca Muromachi (1333-1568) venne utilizzata per la fabbricazione di utensili per il tè e di vasi per l’ikebana (l’arte della disposizione dei fiori). La ceramica è resa particolare dalla sua colorazione rossa, data dalla composizione ferrosa dell’argilla e, mentre alcuni pezzi sviluppano al massimo questa caratteristica, altri prendono il colore dato dalle ceneri dello smalto.


Echizen: ceramica non smaltata prodotta sin dalla fine del periodo Heian nella prefettura di Fukui dove sono stati scoperti più di 200 antichi forni; la produzione era costituita principalmente da oggetti di uso quotidiano come pentole, vasi, mortai, boccette e barattoli per la conservazione della tintura nera con cui i nobili dell’’antica corte Heian erano soliti annerirsi i denti, secondo gli usi dell’epoca (questa pratica in giapponese è chiamata ohaguro, lett. "denti neri").


Seto: unico forno del periodo Heian ad utilizzare la tecnica di invetriatura a cenere (che fonde a temperature superiori a 1250°C). Secondo la leggenda, il ceramista Katō Shirozaemon Kagemasa (anche conosciuto come Tōshirō) studiò diversi anni in Cina; tornato in patria nel 1223 fondò a Seto, nella prefettura di Aichi, l’omonimo forno. Inizialmente la produzione fu essenzialmente un’imitazione della ceramica cinese allo scopo di sopperire la mancanza di ceramiche di importazione diretta dalla Cina. Col tempo di questa tipologia ceramica si sono venuti a creare sette diversi stili a seconda dell’ invetriatura, ognuno con una determinata estetica: Kiseto; Koseto; Shino; Oribe; Kaiyu; Tetsuyu e Ofuke. Questo forno produsse anche ceramiche prive di invetriatura.


Dalla metà dell’XI secolo fino al XVI secolo il Giappone importò su larga scala il celadon cinese (tipo di ceramica caratterizzata dall’impiego di uno smalto vetroso sui toni del verde o del grigio-blu), la porcellana bianca e la cosiddetta porcellana "bianca e blu" (per la quale veniva utilizzato cobalto puro importato dalla Persia) assieme anche a ceramica coreana e alcune produzioni dalla Thailandia e dal Vietnam. Queste ceramiche erano oggetti di "alta classe" ovviamente intese per il consumo da parte delle classi sociali più elevate. Nel tardo XVI secolo (periodo Azuchi-Momoyama, 1568-1603), con il fiorire della cerimonia del tè e dell’estetica zen che diffondeva l’ideale (wabi-sabi) del puro e semplice, del rustico in armonia con la natura, prediligendo solo ciò che predisponesse lo spirito alla meditazione, i principali maestri cambiarono lo stile pomposo delle ceramiche cinesi preferendo le più sobrie tazze da tè coreane e manufatti ad uso domestico, come quelli fabbricate mediante la tecnica raku, la cui ceramica divenne strettamente collegata alla cerimonia del tè. Tra i patrocinatori della ceramica raku, il famoso maestro del tè Sen no Rikyū (1522-1591), che favorì la fornitura di utensili per il tè anche da forni quali Mino e Iga. In seno alla politica espansionistica portata avanti dal signore feudale Toyotomi Hideyoshi (che assieme a Oda Nobunaga e Tokugawa Ieyasu condusse il Giappone all’unificazione), varie spedizioni militari vennero inviate in Corea da dove vennero trasportati in Giappone come ostaggi numerosi ceramisti e maestri di famosi forni, tanto che la sua campagna venne denominata con l’appellativo di "guerra della ceramica". Fu proprio a partire dall’esperienza di questi vasai coreani che si svilupparono le fornaci di: Satsuma, Hagi, Karatsu, Takatori, Agano e Arita.


Tra queste, il forno di Arita, nella prefettura di Saga, fu il primo forno giapponese a produrre la porcellana. Quest’ultima venne scoperta dal vasaio coreano Yi Sam-pyeong e fu inizialmente chiamata Imari, dal nome del porto attraverso il quale veniva spedita per le rotte commerciali: infatti questa porcellana era utilizzata principalmente per l’esportazione; gli stili più apprezzati all’estero divennero Koimari e Kakiemon.


Nel XVII secolo (epoca Edo, 1603-1868) a Kyōto i forni principali cominciarono a produrre ceramiche (kyōyaki) invetriate utilizzando smalti al piombo (oggi fortunatamante abbandonati).Tra la fine XVIII e l’inizio del XIX nacque a opera di Numanami Goazemon la ceramica banko (vedi nota 2). Nel tardo XVIII secolo e fino all’inizio del XIX secolo, la materia prima per la porcellana fu scoperta anche in altre zone del Giappone; ciò permise ai ceramisti di spostare il proprio forno e ampliare gli scambi sul mercato interno. Grandi mercanti e signori locali favorirono la nascita di nuove fornaci, che presero il nome di "nuovi forni" e diffusero la porcellana anche per l’uso da parte di gente comune.


Note:

1. (茶の湯, ”acqua calda per il tè”), la cerimonia giapponese del tè.

2. Per ulteriori informazioni sulla ceramica Banko vedi pagina: Esotico e bizzarro, il mondo fantastico delle ceramiche Banko


Siti di riferimento:

-http://www.e-yakimono.net

-http://www.kougei.or.jp

-http://en.wikipedia.org/wiki/Japanese_pottery_and_porcelain

-http://www.touchingstone.com/Japanese_Pottery_Ceramics.htm


Per approfondire:

-M. Murase, Il Giappone, collana Storia Universale dell’Arte, Utet 1998

-A. Seton, Collecting Japanese Antiques, Tuttle 2005

-R. Wilson, Inside Japanese Ceramics, Weatherhill Inc. 1999

-P. Simpson, L. Kitto, K. Sodeoka, The Japanese Pottery Handbook, Kodansha America 1979

-J. Edward, Kidder Jr. L’arte del Giappone, Mondadori 1985

-P. E. Mason, History of Japanese Art, Prentice Hall 2004


 
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